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Unità d'Italia - Associazione Tutela delle Tradizioni Popolari del Trapanese

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Storia Sicilia
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(dal 1860)


Il 21 ottobre 1860 nel Regno delle Due Sicilie si svolse il plebiscito per decidere l'annessione al Piemonte. In Sicilia, su 2.232.000 abitanti, gli iscritti alle liste elettorali erano circa 575.000. Si presentarono a votare in 432.720 (il 75,2 % degli aventi diritto), di cui 432.053 si dichiararono favorevoli e 667 contrari. La virtuale unanimità ottenuta dai favorevoli all'annessione, che venne peraltro riscontrata in tutti i plebisciti svolti nei vari stati preunitari, non ha mancato di sollevare forti dubbi sulla genuinità e sulla correttezza delle operazioni elettorali. Nel caso della Sicilia, inoltre, in tanti si erano illusi di una totale autonomia di governo basandosi sul fatto che nel primo periodo Garibaldi aveva proclamato la sua "dittatura" sulla regione occupata.

 

Prime delusioni
Le classi più povere, i braccianti e i contadini avevano sperato che il nuovo ordinamento avrebbe assicurato la distribuzione delle terre dei latifondi e dei feudi della chiesa; ma i più si ritennero ingannati quando si resero conto che non sarebbe stata effettuata alcuna riforma agraria.

Il Conte Camillo Benso di Cavour, che avera fretta di definire l'atto di annessione nel timore di un intervento militare delle potenze amiche dei Borboni, scavalcando Garibaldi e le sue promesse, estese alla regione le leggi e i regolamenti in vigore nel Regno di Sardegna. Venne ignorato del tutto il fatto che la Sicilia godesse già di leggi speciali e di una certa forma di autonomia sotto i Borboni, ottenute anche a seguito di precedenti rivolte popolari, e furono trascurate le spinte autonomistiche che la Sicilia aveva sempre manifestato nei confronti dei poteri centrali via via succedutisi.

Tutto ciò provocò in poche settimane il passaggio dall’entusiasmo ad una vera e propria forma di ostilità per tutto ciò che sapeva di “piemontese”. Non fu certo una buona mossa neanche quella di inviare funzionari e amministratori del nord in Sicilia con la motivazione che c’era troppa corruzione e clientelismo. Il loro modo di pensare era diverso da quello degli isolani e questo aggravava le incomprensioni.

Oltre alla mancata distribuzione delle terre, promessa da Giuseppe Garibaldi, vennero introdotte nuove pesanti imposte come quella sul sale, sul macinato[senza fonte] (che colpiva prodotti basilari per l'alimentazione delle classi inferiori come il pane e la pasta) e venne attuata la coscrizione obbligatoria. In un mondo contadino in cui il numero di braccia era quello che faceva la quantità di raccolto, togliere alle famiglie soggetti giovani e in pieno vigore per il lungo servizio militare riduceva molte di queste alla disperazione. Il fatto era aggravato dalla mentalità locale che vedeva come disonorevole per la donna lavorare i campi o fare la spesa. Inoltre i renitenti e i disertori, dandosi alla macchia, finivano con l'ingrossare le file della malavita.


Il banditismo e lo sviluppo della mafia

La nuova struttura amministrativa della regione e la creazione di ben quattro nuovi organismi di polizia lungi dal rivelarsi positivi misero le premesse per la rapida perdita del controllo del territorio, ben conosciuto dalla vecchia polizia borbonica ma spesso incomprensibile ai nuovi funzionari del nord, e favorirono il dilagare della corruzione, degli intrallazzi e della guerra tra bande criminali. È in questo periodo che compare in maniera evidente il termine mafia. Nel 1863 ottiene un grande successo una commedia dal titolo “I mafiusi di la Vicaria” ambientata nella prigione di Palermo.

La mafia, da alcuni chiamata anche "maffia" (che tuttavia è un termine più toscano che siciliano[senza fonte]) esisteva già da tempo; secondo alcuni dalla dominazione araba, secondo altri dal periodo spagnolo e dell'Inquisizione e, secondo altri studiosi, addirittura dal periodo della dominazione romana per il controllo del "granaio di Roma" e dei suoi schiavi. C'è tuttavia da segnalare come, Antonino Traina, nel suo vocabolario Siciliano-Italiano del 1868, defineva la parola Mafia: «Neologismo per indicare azione, parole o altro di chi vuol fare il bravo»; non faceva dunque cenno alcuno alla criminalità organizzata, ma precisamente ad un atteggiamento arrogante, spocchioso, insolente. Ora che si “ufficializza” come sistema di difesa dei proprietari terrieri contro i furti, o come sistema dei campieri-gabellotti per intimidire gli stessi proprietari, diventa piano piano anche il mezzo mediante il quale le autorità piemontesi, impotenti a governare il territorio, tengono a freno ogni velleità di rivolta mettendo a capo dei municipi i "capi-rais" o personaggi indicati da questi.

Il nuovo ceto politico capisce che gli conviene fare patti di mutuo interesse con il mafioso locale. Questi amministra la sua giustizia, anche sommaria, risolvendo problemi che l’amministrazione venuta dal nord non riesce neanche ad inquadrare; sopperisce, col suo paternalismo interessato, a risolvere problemi che lo stato invece accentua e agli occhi del popolano più misero risulta quindi più efficiente e “giusto”.
È forse questa l'origine della sfiducia verso lo stato, che appare lontano e vessatorio.

I notabili locali e le nuove classi dirigenti si adattarono presto alle nuove regole, divennero presto convinti fautori, per proprio tornaconto, dell'annessione al regno piemontese, alcuni anche per mantenere i vecchi privilegi. Perfino la tardiva distribuzione delle terre del latifondo e dei feudi ecclesiastici, iniziata nel 1861, a gente troppo misera, che finiva con l'indebitarsi per acquistare le sementi ed era costretta a svendere le terre stesse per debiti, sortì solo l'effetto di riformare i latifondi con nuovi proprietari ed acquirenti e, per giunta, a prezzi stracciati. Il romanzo “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, "I Viceré" di Federico de Roberto e i romanzi di Giovanni Verga illustrano bene tutto ciò.


La Sicilia sotto la legge marziale

Di lì a qualche anno, nel 1863, la Sicilia si trovò sotto la legge marziale del generale Govone, con la facoltà di fucilare la gente sul posto. Venne preferita infatti la repressione sommaria e dura, arrestando la gente senza processo ed usando anche la tortura per vincere l'omertà.

Le repressioni non colpivano selettivamente ma anche la semplice renitenza alla leva provocava durissime ritorsioni contro la popolazione di interi villaggi che venivano privati dell'acqua potabile. Scrive il Correnti nella sua Storia della Sicilia che ad un giovane sarto palermitano, Antonio Cappello, sordomuto dalla nascita, vennero inferte 154 bruciature con ferri roventi perché ritenuto simulatore dagli ufficiali piemontesi della visita di leva. Alla fine del periodo si contavano oltre 2500 morti e la condanna di quasi tremila banditi.

Ciò che di fatto mancava alla Sicilia allora come nel passato era una classe borghese colta e “illuminata” che sapesse cogliere le occasioni migliori; al suo posto invece c'era una nuova classe politica fatta di opportunisti e "nuovi ricchi" al servizio dei notabili piemontensi alleati a quella parte di aristocrazia sonnolenta che viveva sperperando le rendite del latifondo. Nel carattere dei siciliani si avvertiva l'influenza di oltre quattrocento anni di dominazione spagnola e non c’era stata in Sicilia alcuna rivoluzione francese a cambiare le cose e l’Inquisizione era stata abolita solo mezzo secolo prima.


Le rivolte indipendentiste

L’esperienza "carbonara" rivoluzionaria del 1848, con il suo scontato epilogo, aveva già rivelato la debolezza della classe colta e borghese di Sicilia quando il governo provvisorio presieduto da Ruggero Settimo si era sfaldato tra i contrasti delle varie fazioni monarchica, repubblicana, autonomista e federalista. Così, dopo la blanda repressione, che ne era seguita con il cannoneggiamento di Messina ad opera della marina borbonica, erano nati altri progetti di insurrezione.

Un esule siciliano a Torino, il La Farina nel 1857 aveva fondata la Società Italiana col motto ”Indipendenza, Unità, Casa Savoia”; l’insurrezione di Francesco Riso nell’aprile 1860 a Palermo aveva convinto ad intervenire l'indeciso Garibaldi (massone al servizio degli inglesi come il Mazzini col quale si era incontrato a Londra[senza fonte]) mentre nel porto ed a largo di Palermo c'erano i brigantini inglesi. Gli inglesi sin dall'occupazione napoleonica di Napoli avevano preso a "protezione" la Sicilia, sviluppando attività economiche come quelle connesse all'industria del tonno e della trasformazione agrumaria.

Dopo la delusione per l'annessione della Sicilia, anziché di una autonomia federalista, come si sperava, fu ulteriore occasione di malcontento, nel 1862, il fatto che all’Aspromonte, Garibaldi, che in Sicilia aveva reclutato i volontari, fu affrontato e ferito, proprio perché a sparare furono i “piemontesi”.

Un ulteriore aggravamento di ostilità verso “lo stato” lo alimentava l'atteggiamento della Chiesa, scomunicando coloro che acquistavano le terre confiscatele con la legge delle Guarantigie, nonché la gestione spesso scandalosa e corrotta delle procedure di vendita. Nel 1866, scoppiò a Palermo l'ennesima rivolta, la Rivolta del sette e mezzo, anche in conseguenza di tali vendite irregolari, che avevano fruttato oltre 600 milioni di lire e che furono utilizzate, come annunciò pubblicamente il 16 marzo 1876 il primo Ministro Marco Minghetti, per pareggiare il bilancio dello Stato sabaudo. Le proprietà ecclesiastiche vendute davano lavoro a migliaia di contadini, che così persero la loro unica fonte di reddito. La rivolta venne sedata dalle truppe del generale Raffaele Cadorna, con i soliti mezzi sbrigativi.

Scriveva Garibaldi nel 1868 ad Adelaide Cairoli "... non rifarei la via del sud, temendo di essere preso a sassate...". Egli aveva promessa la terra ai contadini ma quanto promesso non era poi stato mantenuto.


Il crollo economico della Sicilia

Gli investimenti inglesi dei Withaker, dei Woodhouse, degli Ingham e di altri avevano stimolato un certo fervore di ripresa economica. Nelle aree del trapanese si erano sviluppati i settori vinicolo e agroalimentare e, nella Sicilia centrale, quello del commercio dello zolfo. Negli anni quaranta dell'ottocento, gli Ingham e i Florio avevano costituito una Società per la produzione di derivati dello zolfo e una per i battelli a vapore siciliani. Era il 1853 quando il piroscafo "Sicilia" partiva per l'America.

Le imprese Ingham importavano velluti e tessuti stampati da Leeds, in società con gli Smithson di Messina, ed estendevano la loro attività al commercio dell'olio, della liquirizia e degli agrumi. Dato che nell'ottocento la Sicilia era dotata solo di Banchi pubblici di deposito che non esercitavano il credito produttivo, importante era l'attività bancaria degli Ingham, dei Gibbs e di altri uomini di affari inglesi che concedevano crediti agli altri mercanti, agli aristocratici siciliani ed alla borghesia emergente. Le esportazioni di vino del trapanese giungevano, negli Stati Uniti d'America, a Boston, New York, Filadelfia, Baltimora e New Orleans, nel Brasile, in Australia e persino a Sumatra nell'arcipelago della Sonda. E attraverso la Casa di Commercio di Palermo degli Ingham si realizzava un vasto giro di affari per la fomitura di sommacco e di zolfo.

Il Regno delle due Sicilie non aveva un elevato debito pubblico al momento della sua caduta, anche a causa della bassa quantità di investimenti in opere di modernizzazione; al contrario, il Regno di Sardegna ne aveva uno molto elevato anche a causa delle guerre sostenute contro gli austriaci. In seguito all'Unità venne unificato anche il debito, facendo gravare anche sui contribuenti meridionali gli investimenti effettuati in Piemonte nel corso degli anni '50 del secolo. I fondi del Banco delle Due Sicilie, che era la Banca nazionale del regno borbonico, (443 milioni di Lire-oro, all'epoca corrispondenti al 65,7 del patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme) vennero incamerati dal nuovo stato italiano concorrendo a costituire il capitale liquido nazionale nella misura di 668 milioni di Lire-oro.
L'istituto fu poi scisso in Banco di Napoli e Banco di Sicilia, partendo con evidente perdita iniziale di competitività nei confronti delle imprese bancarie nazionali.

Ad unità realizzata, con le politiche liberiste del nuovo Regno d'Italia, a cui erano state estese le metodologie di governo proprie del vecchio stato Sabaudo, entrarono in crisi i principali settori produttivi delle regioni meridionali e della Sicilia che perse i mercati tradizionali non reggendo più la concorrenza inglese e francese.

La fiscalità, divenuta più gravosa rispetto a quella borbonica, finiva così col finanziare gli investimenti al nord. Sulle spalle dei siciliani, abituati ad unica tassa sul reddito che copriva tutte le spese pubbliche anche locali, si venivano a caricare le nuove tasse comunali, le nuove tasse provinciali, il focatico (che essendo una tassa di famiglia colpiva duramente le famiglie numerose), la tassa sul macinato (che affamava proprio i più poveri, quelli che, cercando di risparmiare macinando il proprio esiguo raccolto, incorrevano nella famelica imposta), la nuova tassa di successione ed altre cosiddette addizionali.
Il nuovo stato, peraltro, era ancor più restio dei Borboni ad investire in Sicilia: ad esempio, dal 1862 al 1896 vennero investiti per opere idrauliche al nord 450.000.000 contro soli 1.300.000 in Sicilia. Mentre nel resto d'Italia si moltiplicavano le linee ferroviarie la Sicilia ebbe la sua prima, brevissima, Palermo-Bagheria solo nel 1863. Scriveva Francesco Saverio Nitti nel suo libro "Nord e Sud" che lo stato, nel 1900, spendeva 71,15 lire annue per abitante in Liguria e solo 19,88 per abitante in Sicilia, tutto ciò mentre sul totale di lire 111.569.846 di debito pubblico dello stato il Piemonte concorresse per 61.615.000 lire e la Sicilia solo per 6.800.000.

La politica liberista dei governi unitari fu quella che aggravò maggiormente la situazione economica della Sicilia, ridotta così a colonia del Piemonte. Con la politica del libero scambio venne disincentivata la produzione della seta siciliana e del tessile locale, troppo frammentati, a vantaggio della grossa impresa del nord e così avvenne anche per la locale industria alimentare; perfino i settori dell’industria pesante decaddero per mancanza di commesse e fondi.

Se ne avvantaggiava soltanto la produzione del grano, del vino e degli agrumi, che venivano esportati durante la guerra di secessione. Anche questo durò soltanto fino al 1887, quando il cambiamento della strategia del governo italiano, da liberista a protezionista, e la guerra doganale finirono con l'assestare il colpo di grazia all'economia oramai essenzialmente agricola della Sicilia, privandola dei suoi mercati.
Furono anni in cui avvenne un progressivo spopolamento, per fame, delle campagne. È proprio in questa serie di fattori che si individua da più parti il sorgere della mai più risolta questione meridionale.


Lo spopolamento delle campagne e l'emigrazione

Le città relativamente piu’ ricche, soprattutto quelle della costa orientale, con l'afflusso costante di gente in cerca di lavoro proveniente dall'interno, videro incrementare la loro popolazione e con essa i loro problemi sociali. La popolazione di Catania che nel 1861 era di 68.810 abitanti, nel 1880 aveva gia superato le 90.000 unità. In quest’ultima città erano avvenuti consistenti investimenti a partire dagli anni settanta nel settore industriale della raffinazione dello zolfo che si avvantaggiava della presenza del porto per la sua commercializzazione. Iniziava anche lo sviluppo delle ferrovie a supporto della stessa, (infatti la stazione della Società per le Strade Ferrate della Sicilia venne costruita nella stessa zona delle raffinerie) e il 3 gennaio 1867 veniva aperto il tronco ferroviario Giardini-Catania della ferrovia Catania –Messina il cui primo tratto era stato inaugurato l’anno prima.
L'attività la Camera consultiva commerciale di Catania che era nata nel 1853, in un contesto difficile quale lo era quello burocratico del governo borbonico, con le sue iniziative e le sue pressioni promosse il potenziamento delle infrastrutture essenziali come le poste, le banche e i collegamenti marittimi e stradali (al tempo era ancora difficile la comunicazione via terra con Siracusa). Venne tentata, con la costituzione di una Società di irrigazione del Simeto del barone Spitaleri, la coltivazione del cotone in alcune zone della Piana di Catania e la coltivazione del riso, ma soprattutto quest'ultima si rivelò un'iniziativa fallimentare. L'attività imprenditoriale cercò allora altre alternative introducendo nelle aree più idonee, quelle etnee e collinari della Sicilia orientale la coltivazione su vasta scala degli agrumi, trasformando ampie zone fino ad allora coltivate a vigneto.

Fu così che, mentre perdurava il banditismo e il malessere sociale, nascevano i primi fermenti di coscienza sociale e collettiva; nel 1892, dopo un congresso operaio a Palermo, nacquero i Fasci dei lavoratori. Presto venivano reclamate la divisione delle terre ai contadini e la soppressione dei “gabellotti”. Nel 1893 tuttavia scoppiarono gravi sommosse nell’isola; la componente anarchica sfociava in eccessi e ciò diede al Crispi, siciliano, ex garibaldino, divenuto capo del governo nel 1894 il motivo per scatenare una durissima repressione con lo scioglimento dei “Fasci”. Il sottosviluppo, l’analfabetismo, l’alta mortalità infantile e la malaria uniti alle spaventose e disumane condizioni di lavoro nelle zolfare disseminate in tutte le province medio-orientali della Sicilia e all’estrema miseria dei villaggi di pescatori delle zone costiere fecero sì che il governo nazionale, a partire dal 1882, incentivasse l’emigrazione verso il nord America, soprattutto gli Stati Uniti e il verso il Brasile e l’Argentina nel sud America.
Le statistiche affermano che tra il 1871 e il 1921 quasi un milione di siciliani abbiano lasciato l’isola.


Dalla fine del secolo alla prima guerra mondiale

Gli ultimi decenni del secolo vedevano la regione ancora priva di infrastrutture viarie e ferroviarie efficienti. La compagnia ferroviaria Vittorio Emanuele concessionaria per le costruzioni e l'esercizio ferroviario nell'isola era in forte ritardo sul programma tanto che dovette intervenire direttamente lo Stato per la prosecuzione di molti lavori. Le linee ferroviarie realizzate più che per collegare i centri urbani erano realizzate spesso con un lungo percorso che teneva conto solo degli interessi commerciali degli investitori, spesso stranieri; così per andare da Palermo a Messina si doveva passare da Girgenti e Catania, la linea Palermo-Tra­pani era funzionante dal 5 giugno 1881, con i suoi 195 km, ma passando per Mazara del Vallo e Marsala, quasi il doppio del percorso. Ancora nel 1885 questa linea rappresen­tava un ter­zo di tutta la Rete Sicula; solo nel 1937 Trapani venne raggiunta direttamente. Tutto il sistema ferroviario alla lunga risultò essere stato progettato e realizzato solo in funzione del trasporto ai porti d'imbarco dello zolfo, dei vini e degli agrumi, con effetti per la mobilità e per lo sviluppo che perdurano fino ad oggi. In più, per scopi clientelari, i percorsi venivano allungati o deviati per raggiungere il fondo o la tenuta di Baroni e latifondisti. Lo sviluppo del commercio dei filati a Catania attirava immigrati da tutta la provincia; oltre 20.000 tessitori ormai lavoravano nelle filande del capoluogo, e il Banco di Sicilia vi aprì la sua prima filiale. Un rapporto del 1887 del Gentile Cusa registra ciò evidenziando l'assenza di emigrazione verso l'estero dal catanese, a differenza del resto della Sicilia.


Verso la fine del secolo, anche grazie all'apporto di capitale straniero e ai finanziamenti delle banche si svilupparono, nel sud della Sicilia e a Catania, raffinerie di zolfo e industrie chimiche ad esso collegate,attività molitorie, come i grandi Mulini Prinzi di Catania che importavano grano ed esportavano farine; il cotonificio De Feo che impiegava oltre 480 addetti e nel 1897 produceva 1500 Kg di filati al giorno; estesa era anche la produzione di mobili e di carrozze. La fine del secolo vide anche la costruzione della Ferrovia Circumetnea che trasportava merci e viaggiatori dalle zone attorno all'Etna verso Catania e il suo porto e contribuiva all'export dei vini etnei tramite il porto di Riposto. Vennero anche approntati progetti di linee tranviarie a servizio delle zone minerarie come la tranvia a vapore Raddusa Scalo-Assoro Scalo- Sant'Agostino e la Porto Empedocle-zolfare Lucia. La produzione del "fiore di zolfo" , cioè lo zolfo raffinato, ebbe il suo massimo nel 1899 quando la produzione siciliana raggiunse gli 8/10 di quella mondiale, grazie alle estrazioni massicce condotte nella Sicilia interna, soprattutto nelle grandi miniere dei bacini di Lercara, del nisseno e dell'agrigentino, di Floristella e di Grottacalda e delle altre miniere dell'ennese. Non era comunque ricchezza per tutti: la massima parte dei guadagni andava ai proprietari e agli investitori della Anglo-Sicilian Sulphur Co. mentre la grande massa di surfarara, donne e carusi versava in uno stato di miseria e sfruttamento ai limiti della schiavitù. Alla fine del secolo XIX infatti erano attive oltre 700 miniere che impiegavano una forza lavoro di oltre 30.000 addetti le cui condizioni di lavoro tuttavia rimanevano al limite del disumano.[1] In questo clima si svilupparono i Fasci che vennero repressi duramente dal governo di Francesco Crispi. Gli anni di fine secolo videro la nascita e lo sviluppo anche in Sicilia delle prime organizzazioni sindacali e l'inizio di scioperi per ottenere più umane condizioni di lavoro. Proprio gli zolfatari, più di tutti, parteciparono alla costituzione dei Fasci dei lavoratori: nel maggio 1891 si costituì il Fascio di Catania, nell'ottobre 1893 a Grotte, paese minerario in provincia di Agrigento, si tenne il congresso minerario. Al congresso parteciparono 1.500 fra operai e piccoli produttori. Gli zolfatari chiedevano di elevare per legge a 14 anni l'età minima dei carusi di miniera sfruttati fin'allora come schiavi, la diminuzione dell'orario di lavoro (che era praticamente dall'alba al tramonto) e il salario minimo. I piccoli produttori chiedevano provvedimenti che li affrancassero dallo sfruttamento dei pochi grossi proprietari che controllavano il mercato di ammasso ricavandone, loro, tutto il profitto. I Fasci tuttavia vennero sciolti d'autorità dal Governo Crispi all'inizio del 1894 dopo che negli scontri con l'esercito erano morti oltre un centinaio di dimostranti in un solo anno. [2]Il settore zolfifero era comunque entrato in crisi negli anni novanta e la società anglo-siciliana aveva spostato i commerci su Porto Empedocle dove i costi erano inferiori provocando serie ripercussioni sull'economia catanese.

Nel 1901 le unità lavorative raggiunsero il livello massimo di trentanovemila con 540.000 tonnellate di minerale di zolfo estratto.

« I moti dei Fasci sono per noi come una propaggine del moto del 1860, inteso come " rivoluzione incompiuta". »
(Mario Rapisardi)

All'inizio del nuovo secolo XX la Sicilia si affacciava con grave carenza di infrastrutture (la maggior parte della rete ferroviaria interna venne infatti realizzata a partire dalla statalizzazione delle ferrovie dopo il 1905 e terminata alla soglia degli anni 30 quando il settore minerario era già in crisi profonda.

 
 
 
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