Crea sito

Due Sicilie - Associazione Tutela delle Tradizioni Popolari del Trapanese

Vai ai contenuti

Menu principale:

Due Sicilie

Regno

Regno delle Due Sicilie fu il nome che il re Ferdinando IV di Borbone dette al suo regno, allorché, nel 1816, dopo il Congresso di Vienna, soppresse il Regno di Sicilia citeriore e il Regno di Sicilia ulteriore e la relativa costituzione del 1812 unendoli in un'unica entità statale. Precedentemente Gioacchino Murat, dopo l'acquisizione del regno di Napoli, riprendendo il titolo di Alfonso V d'Aragona, era stato nominato da Napoleone Re delle Due Sicilie, rivendicando il controllo del governo parlamentare che Ferdinando IV di Borbone istituì a Palermo dopo che nel 1806 Napoleone invase Napoli.


Suddivisioni amministrative

Le due principali suddivisioni erano fra la parte continentale del Regno (Reali Dominii al di qua del Faro) e la Sicilia (Reali Dominii al di là del Faro), con riferimento al Faro di Messina

Reali Dominii al di qua del Faro
Comprendevano le seguenti province:

Napoli, Terra di Lavoro, Principato Citra, Principato Ultra
(oggi regione Campania e regione Lazio);
Calabria Citeriore, Calabria Ulteriore (dal 1818 quest'ultima suddivisa in Calabria Ulteriore I e Calabria Ulteriore II)
(oggi regione Calabria);
Capitanata, Terra di Bari, Terra d'Otranto
(oggi regione Puglia);
Abruzzo Citeriore, Primo Abruzzo Ulteriore, Secondo Abruzzo Ulteriore
(oggi regione Abruzzo);
Contado di Molise
(oggi regione Molise);
Provincia di Basilicata
(oggi regione Basilicata).
Appartenevano al Regno delle Due Sicilie anche alcune zone che attualmente, dal punto di vista amministrativo, fanno parte della regione Lazio:


il circondario di Gaeta, parte un tempo della provincia napoletana Terra di Lavoro, e attualmente parte della provincia di Latina
il circondario di Sora, appartenente anch'esso un tempo alla Terra di Lavoro e attualmente nella provincia di Frosinone
il circondario di Cittaducale, ossia il Cicolano e i territori della valle del Velino, parte un tempo del Secondo Abruzzo Ulteriore, e attualmente nella provincia di Rieti.
È appartenuto inoltre al Regno di Napoli il piccolo Stato dei Presidi, il cui territorio attualmente fa parte della regione Toscana. I Presidi erano stati assegnati a Carlo di Borbone nel 1734, nell'ambito della guerra di successione austriaca, e sono rimasti ai Borbone di Napoli fino alla fine del XVIII secolo quando, con la pace di Firenze (28 marzo 1801), furono ceduti alla Francia, che a sua volta li destinò all'effimero regno d'Etruria. Col congresso di Vienna (1815) i Presidi furono assegnati definitivamente al Granducato di Toscana.


Reali Dominii al di là del Faro

Sicilia, con le seguenti province:

Val Demone
Val di Noto
Val di Mazara
È da notare che vallo (e non "valle") è termine di origine araba e indicava le ripartizioni amministrative originarie (quelle dell'ultimo periodo pre-unitario erano i dipartimenti, le province, i distretti, i circondari e i comuni).


Origine del nome

Il nome è alquanto singolare nella storia d'Italia. La prima menzione ufficiale si ha quando Alfonso V d'Aragona riunifica il Regno di Trinacria e il Regno di Sicilia con capitale Napoli sotto la corona di Rex Utriusque Siciliae. L'uso dei termini Regno di Sicilia al di là del faro e Regno di Sicilia al di qua del faro, in riferimento al faro di Messina e quindi all'omonimo stretto, ha però origine già quando, incoronato Carlo I d'Angiò da Clemente IV rex Siciliae, la corte aragonese a Palermo rivendicava per sé tale titolo.

La Pace di Caltabellotta, nel 1302, ufficializzò, seppur provvisoriamente, questa separazione (secondo gli accordi, alla morte del re aragonese Federico d'Aragona, l'isola sarebbe dovuta tornare agli Angioini, cosa che in realtà non avvenne). Sotto la dominazione spagnola il territorio era diviso in due vicereami distinti, uno con capitale Napoli, l'altro con capitale Palermo, simile a quello istituito in Sardegna con capitale Cagliari.

Nel 1816, all'indomani del Congresso di Vienna, Sicilia Citeriore e Sicilia Ulteriore furono per la seconda volta ufficialmente riunificate con il nome di Regno delle Due Sicilie.


Storia ed avvenimenti del Regno

Prima della Rivoluzione Francese del 1789 e delle successive campagne napoleoniche, la dinastia dei Borbone regnava negli stessi territori, ma questi risultavano divisi nel Regno di Sicilia citeriore e nel Regno di Sicilia ulteriore, ad eccezione dell'isola di Malta che prima dell'invasione napoleonica era concessa quale feudo al Sovrano Militare Ordine di Malta.



Mappa del XIX secolo del Regno delle Due SicilieIl 10 maggio 1734 Carlo di Borbone, figlio di Filippo V re di Spagna e di Elisabetta Farnese, fece il suo ingresso a Napoli; il 25 maggio 1734 sconfisse definitivamente gli austriaci a Bitonto, conquistò poi la Sicilia e il 2 gennaio 1735 assunse il titolo di Re di Napoli "senza numerazione specifica"; in luglio venne incoronato a Palermo anche Re di Sicilia. Nel frattempo, con decreto dell'8 giugno 1735, provvide ad istituire un nuovo organo con funzioni consultive e giurisdizionali: la Real Camera di Santa Chiara.

Il regno non ebbe una effettiva autonomia dalla Spagna fino alla pace di Vienna, nel 1737, con la quale si concluse la guerra di successione polacca. Secondo gli accordi stipulati, l’Austria cedeva a Carlo III di Borbone lo Stato dei Presidi, il Regno di Napoli nonché il Regno di Sicilia, che essa aveva scambiato con la Sardegna nel 1720 a seguito della Pace dell'Aja. Nell'agosto 1744 l'esercito di Carlo, forte ancora della presenza di truppe spagnole, sconfisse a Velletri gli austriaci che tentavano di riconquistare il regno.

La situazione politica ed economico-sociale del regno nella prima metà del '700 era disastrosa, a causa del malgoverno, avutosi durante il secolare viceregno spagnolo e nei 27 anni di dominio austriaco.

Tra le prime riforme intraprese dall'illuminato sovrano va ricordata la lotta ai privilegi ecclesiastici: nel 1741, con un concordato furono drasticamente ridotti il diritto d'asilo ed altre immunità; i beni ecclesiastici furono sottoposti a tassazione. Analoghi successi non si ebbero tuttavia nella lotta alla feudalità: le iniziative che minacciavano maggiormente gli interessi dei ceti privilegiati furono infatti boicottate dal ceto nobiliare.

Durante il governo di Carlo, le cui riforme provvidero a riparare malanni secolari, si registrò un notevole sviluppo dell'economia, dovuto all'aumento della produzione agricola e degli scambi commerciali connessi. Il rifiorire del commercio fu reso possibile grazie anche alla conclusione di vari trattati commerciali e con la lotta al flagello della pirateria. Nel 1755 fu istituita presso l'Università di Napoli la prima cattedra di economia in Europa, denominata cattedra di commercio e di meccanica. I corsi (in italiano e non in latino), seguitissimi, furono tenuti da Antonio Genovesi, il cui pensiero influì molto sull'illuminismo dell'Italia meridionale. Molti sono i primati del regno di Napoli,ottenuti durante il buon governo di Carlo.


Ferdinando IV e la Repubblica Napoletana

Nel 1759, alla partenza di Carlo, divenuto re di Spagna, salì al trono all'età di soli 8 anni Ferdinando. Principali esponenti del Consiglio di Reggenza furono Domenico Cattaneo, principe di San Nicandro, e il marchese Bernardo Tanucci. Durante la reggenza, come nel periodo successivo, fu principalmente il Tanucci ad avere in mano le redini del Regno e a continuare le riforme iniziate in età carolina. In campo giuridico, molti progressi furono resi possibili dall'appoggio dato al ministro Tanucci da Gaetano Filangieri, il quale, con la sua opera "Scienza della legislazione" (iniziata nel 1777), può essere considerato tra i precursori del diritto moderno.

Nel 1768 Ferdinando sposò Maria Carolina, figlia dell'imperatrice Maria Teresa e sorella della regina di Francia Maria Antonietta. La nuova regina partecipò attivamente, a differenza del marito, al governo del regno. Gli unici campi, infatti, in cui Ferdinando si impegnò personalmente furono le opere pubbliche, i rapporti con la Chiesa e la realizzazione della colonia di San Leucio (Caserta), interessante esperimento di legislazione sociale e di sviluppo manifatturiero.

Nei primi anni di regno, Maria Carolina si mostrò sensibile alle istanze di rinnovamento e moderatamente favorevole alla promozione delle libertà individuali. Tale tendenza subì tuttavia una brusca inversione di rotta all'approssimarsi della Rivoluzione Francese, sfociando nella repressione alla notizia della decapitazione dei regnanti francesi. Le misure repressive portarono ad un'insanabile frattura tra la monarchia e la classe intellettuale; le pene colpirono non solo i democratici, ma anche i riformisti di sicura fede monarchica che così non esitarono ad abbracciare la causa repubblicana nel 1799.

I Francesi erano già entrati in Italia nel 1796 con Napoleone Bonaparte, che era riuscito facilmente ad aver ragione delle armate austriache e dei deboli governi locali. Praticamente ovunque l'avanzata delle truppe francesi determinò forti tensioni tra le fazioni giacobine e quelle antigiacobine e, in alcuni casi, anche a movimenti di rivolta popolare contro le truppe d'occupazione francesi (vedi anche: insorgenze antigiacobine). Nel 1798 i francesi occuparono Roma; un tentativo di contrasto delle truppe del Regno delle Due Sicilie si risolse in un insuccesso e così i Francesi si trovarono la strada aperta verso Napoli. Il 22 dicembre 1798 il re abbandonò Napoli per Palermo, lasciando la città praticamente indifesa; gli unici ad opporsi alle truppe francesi (dal 13 al 23 gennaio 1799) furono i cosiddetti lazzari. La resistenza fu efficace, come riconobbe lo stesso generale francese Championnet, ma inutile. I difensori furono addirittura bombardati dagli stessi giacobini napoletani che erano riusciti a prendere il forte di Castel Sant'Elmo. La difesa della città costò la vita a circa 8000 napoletani e 1000 francesi.

Il 22 gennaio 1799 (per alcuni il 21), mentre i lazzari ancora combattevano contro gli invasori francesi un pugno di giacobini napoletani - tra i quali Mario Pagano, Francesco Lomonaco, Domenico Cirillo, Nicola Fasulo, Carlo Lauberg, Giuseppe Logoteta, rinchiusi in Castel Sant'Elmo - proclamarono la repubblica. La Repubblica Napoletana non ebbe lunga vita, in quanto priva dell'adesione popolare (a Napoli, a differenza che in Francia, non esisteva un nutrito ceto borghese al quale le riforme rivoluzionarie potessero giovare) e delle province non occupate dall'esercito francese. Si trattava in realtà di un governo a sovranità limitata controllato dai francesi (e che non venne riconosciuto neanche dalla stessa Francia) e da questi utilizzato per dare una veste giuridica alla loro occupazione e spogliare il Regno di buona parte delle sue ricchezze allo scopo di sostenere un'economia di guerra. Il governo repubblicano tentò delle innovazioni (soprattutto sull'eversione della feudalità e sull'ordinamento giudiziario), che però non riuscirono a trovare pratica attuazione nei soli cinque mesi di vita della Repubblica. A nulla servirono gli incitamenti ad operare celermente provenienti dal "Monitore Napoletano", il giornale diretto da Eleonora Pimentel Fonseca (che solo qualche anno prima aveva scritto una "ode" dedicata al re di Napoli). A questo si aggiunse una repressione spietata e sanguinaria contro gli oppositori del regime che certo non aiutò a conquistare le simpatie popolari (durante i pochi mesi della repubblica vennero condannati a morte e fucilati dopo processi politici 1563 cittadini del Regno).

Il 13 giugno 1799 l'armata sanfedista, comandata dal cardinale laico Fabrizio Ruffo, riconquistò la città di Napoli (che nel frattempo, il 7 maggio, era stata già abbandonata dai francesi, richiamati nel settentrione d'Italia), restituendola alla monarchia borbonica, (regnante, durante la Repubblica, sulla sola Sicilia). Nei mesi seguenti, una giunta nominata da Ferdinando cominciò i processi contro i repubblicani: su circa 8000 prigionieri, 105 vennero condannati a morte (di cui 6 graziati), 222 all'ergastolo, 322 a pene minori, 288 a deportazione e 67 all'esilio, da cui molti tornarono, mentre tutti gli altri furono liberati.


Il periodo napoleonico

Il successivo quinquennio vede il Regno seguire una politica altalenante nei confronti della Francia napoleonica che, per quanto ormai egemone sul continente, rimane sostanzialmente sulla difensiva sui mari: questa situazione non consente al Regno napoletano - strategicamente posizionato nel Mediterraneo - di mantenere una stretta neutralità nel conflitto a tutto campo fra Inglesi e Francesi.

Dopo la vittoria di Austerlitz del 2 dicembre 1805, Napoleone regolerà definitivamente i conti con Napoli dichiarando decaduta la dinastia borbonica e nominando suo fratello Giuseppe Bonaparte Re di Napoli.

Ferdinando, rifugiatosi in Sicilia, dovrà ben presto fare i conti con l'insidiosa politica britannica, volta a trasformare l'isola in un protettorato (come nel frattempo già avvenuto con Malta). A Giuseppe Bonaparte, nel 1808 destinato a regnare sulla Spagna (per un gioco del caso, al posto del fratello di Ferdinando, Carlo IV), succederà Gioacchino Murat, regnante sino al maggio 1815 che riprese per sé il titolo di Re delle Due Sicilie rivendicando l'autorità amministrativa del Regno di Sicilia in cui si era rifugiato Ferdinando I di Borbone.

Durante il regno di Giuseppe Bonaparte, il 2 agosto 1806, fu emanata la celebre legge che pose fine al sistema feudale nel Regno di Napoli. La lotta alla feudalità, ripresa in questo periodo con gran vigore, con il fondamentale contributo di giuristi come Giuseppe Zurlo e Davide Winspeare, sarebbe stata continuata da Gioacchino Murat, e alla fine riuscì a portare ad un taglio netto col passato ed alla nascita della proprietà borghese. Tuttavia le riforme non riuscirono a raggiungere il loro obiettivo principale: far nascere una piccola e media proprietà contadina. La fine della feudalità portò comunque notevoli progressi anche in campo giurisdizionale ed amministrativo.


La restaurazione borbonica

Il secondo ritorno di Ferdinando a Napoli non fu caratterizzato da repressioni. Il sovrano mantenne gran parte delle riforme attuate dai francesi (fu però, ad esempio, abolito il divorzio), ponendosi di fatto così a capo di una più moderna monarchia amministrativa. Unico taglio di rilievo con il periodo napoleonico si ebbe nei rapporti con la chiesa, che tornò ad occupare un ruolo di primo piano nella vita civile del Regno.

Dopo il Congresso di Vienna ed il Trattato di Casalanza (20 maggio 1815), l'8 dicembre 1816, Ferdinando IV riunì anche formalmente i regni di Napoli e Sicilia con la denominazione di Regno delle Due Sicilie (già adottata da Murat), abbandonando per sé il nome di Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia ed assumendo quello di Ferdinando I delle Due Sicilie.

Tale atto ebbe, tra l'altro, la conseguenza di privare di fatto la Sicilia della Costituzione promulgata dallo stesso Ferdinando nel precedente decennio napoleonico sotto la spinta dell'occupazione inglese dell'isola. In contropartita, però, la più moderna legislazione introdotta a Napoli durante il Decennio Francese fu estesa all'isola, che era stato uno dei pochi territori europei non occupati dalle armate francesi.

Il primo luglio 1820, alla notizia che in Spagna era stata ripristinata la Costituzione concessa nel 1812 da Giuseppe Bonaparte, insorse a Nola un gruppo di militari capeggiato dai sottotenenti Michele Morelli e Giuseppe Silvati. La rivolta fu appoggiata anche da alti ufficiali tra i quali si distinse il generale Guglielmo Pepe.

Ferdinando, constatata l'impossibilità di soffocare la rivolta, concesse la Costituzione spagnola e nominò suo vicario il figlio Francesco. Il primo ottobre iniziò i lavori il parlamento, eletto alla fine di agosto, nel quale prevalevano gli ideali borghesi diffusi nel decennio francese. Tra gli atti del parlamento vi furono la riorganizzazione delle amministrazioni provinciali e comunali ed un provvedimento sulla libertà di stampa e di culto.

Le novità introdotte nelle Due Sicilie non furono gradite dai governi delle grandi potenze europee, che convocarono Ferdinando a Lubiana. Alla partenza del re si oppose, tra gli altri, il principe ereditario Francesco.

In seguito al Congresso di Lubiana il Regno fu invaso dalle truppe austriache che nel marzo 1821 sconfissero l'esercito costituzionale napoletano comandato dal generale Pepe. A fiaccare lo spirito combattivo dell'esercito duosiciliano valse anche un proclama del re Ferdinando che, al seguito degli Austriaci, invitava a deporre le armi e a non combattere coloro che venivano a ristabilire l'ordine nel Regno.

Il 23 marzo 1821 Napoli venne occupata, la costituzione venne sospesa e cominciarono le repressioni: si contarono alla fine 30 condanne a morte (tra cui Pepe, Morelli, Silvati e Carascosa) e 13 ergastoli.


Francesco I delle Due Sicilie

Ai primi di gennaio del 1825 morì Ferdinando I e salì al trono Francesco I. I suoi sei anni di Regno furono caratterizzati da progressi in campo economico e tecnologico. Sul piano politico perseguì una politica reazionaria, pur avendo avuto un atteggiamento favorevole nei confronti dei moti rivoluzionari durante il regno del padre.


Ferdinando II delle Due Sicilie

Stemma da intestazione di atto ufficiale del Regno delle Due Sicilie, 1855Alla morte di Francesco I, il 7 novembre 1830, il Regno passò al figlio Ferdinando II. Il governo del nuovo sovrano (fino al 1847) fu caratterizzato da notevoli riforme, volte a migliorare l'economia e l'amministrazione dello Stato. In particolare, in campo finanziario fu attuata una notevole diminuzione della fiscalità (che giovò soprattutto ai ceti meno abbienti), resa possibile, tra l'altro, dalla diminuzione delle spese di corte. Ferdinando provvide a richiamare in patria ed a reinserire negli incarichi numerosi esuli (tra i quali il generale Guglielmo Pepe, chiamato per sedare i moti scoppiati in Sicilia, ed il Carascosa) ed a diminuire le pene per i condannati politici. Inoltre si spinse verso nuovi metodi di amministrazione delle carceri, migliorandone le condizioni [5]e applicando per la prima volta i principi della scuola positiva penale per il recupero dei malviventi. [6]

In politica estera Ferdinando cercò di mantenere il Regno fuori dalle sfere di influenza delle potenze dell'epoca. Tale indirizzo era concretamente perseguito pur favorendo l'iniziativa straniera nel Regno, ma sempre in un'ottica di acquisizione di conoscenze tecnologiche che consentissero, in tempi relativamente brevi, l'affrancamento da Francia ed Inghilterra; il che, rese il sovrano (ed il Regno) inviso agli altri Stati europei e politicamente isolato.

Va bensì esplicitato che nel 1816 il Governo britannico si era fatto concedere da Ferdinando I il monopolio dello sfruttamento dello zolfo siciliano (il 90% della produzione mondiale [7]) dietro un pagamento quasi irrisorio. Ricordiamo che lo zolfo era una materia d'importanza strategica, con la quale si produceva la polvere da sparo; detenere il suo monopolio significava dominare una fonte essenziale per la guerra. Ferdinando II, deciso a ridurre la tassazione attraverso l'abolizione della tassa sul macinato, gabella invisa alle classi disagiate, decise di affidare il monopolio a una società francese che concedeva un pagamento più che doppio rispetto all'Inghilterra : questa misura innescò la cosiddetta "questione degli zolfi". Parlmerston mandò subito una flotta militare davanti al Golfo di Napoli, minacciando di bombardare la città. Ferdinando II, tenne duro, preparando flotta (all'epoca assai sviluppata) ed esercito alla guerra. La guerra fu sfiorata con l'intervento di Luigi Filippo Re dei Francesi: il Re dovette rimborsare sia gli inglesi che i francesi per il presunto danno arrecato.

Il regno, però, fu nuovamente oggetto di moti rivoluzionari nel 1848, moti che, peraltro, in quell'anno interessarono numerosi Stati europei, dall'Austria alla Francia alla Prussia, con risvolti anche di carattere sociale. È infatti questo anche l'anno della pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx.

Il Re, primo in Italia, concesse la Costituzione con regio decreto del 29 gennaio, ispirandosi al modello francese -giudicato il migliore- (analogo criterio seguirà due mesi dopo il Regno di Sardegna). Paradossalmente, i moti quarantotteschi in Francia travolgevano, a fine febbraio, proprio quel miglior modello di Costituzione e il re Luigi Filippo di Borbone - Orleans.

L'11 febbraio venne promulgata la Costituzione, giurata il 24 febbraio, nel medesimo giorno della fuga di Luigi Filippo da Parigi. A seguito dei moti in Sicilia, il 25 marzo del 1848, si riuniva il Parlamento Generale di Sicilia, con un governo rivoluzionario presieduto da Ruggero Settimo e composto da ministri eletti dallo stesso presidente che proclamò l'indipendenza dell'isola. La vita del neonato Parlamento siciliano di Ruggero Settimo del 1848 durò brevemente e già con il cosiddetto decreto di Gaeta del 28 febbraio 1849 Ferdinando di Borbone riprendeva possesso della Sicilia, sciogliendo l'assise.

Le elezioni del Regno delle Due Sicilie si tennero regolarmente nel mese di aprile, ma il superamento di questa importante fase non pose termine a una disputa - che portò agli esiti infausti del 15 maggio - fra il Sovrano, che considerava la Costituzione appena concessa come base del nuovo ordinamento rappresentativo e la parte più radicale dei neoeletti che, al contrario, intendeva "svolgerla" - come si diceva con terminologia apparentemente neutra - ovvero, il primo atto del Parlamento avrebbe dovuto essere la modifica della Costituzione appena promulgata.

I convulsi avvenimenti del 15 maggio, il giorno successivo all'apertura della Camera, (sbarramenti delle vie cittadine, in specie quelle prossime alla Reggia, con barricate da cui partirono fucilate in direzione dei reparti schierati) determinarono la reazione regia e lo scioglimento della Camera. Un mese dopo, il 15 giugno, si tennero nuove elezioni ma gli eletti furono in gran parte quelli della passata elezione. Dopo la prima seduta, la riapertura della Camera fu rinviata diverse volte di mese in mese fino al 12 marzo 1849, quando fu riaggiornata "a tempo indeterminato".

Non vi fu quindi una formale revoca della Costituzione ma una sua "sospensione" a tempo indeterminato.

Anche in questo caso vi fu un seguito di processi e condanne, tra cui quelle di Luigi Settembrini (già autore dalla Protesta del popolo delle Due Sicilie, nella quale a giuste critiche affiancava anche false accuse), Filippo Agresti e Silvio Spaventa.

Allo ristabilimento dell' assolutismo seguì una dura repressione del movimento liberale e il soffocamento dei tentativi insurrezionali (F.Bentivegna, Carlo Pisacane).

Nel campo economico, infine, bisogna sottolineare il notevole sforzo industriale sostenuto con Ferdinando II, che permise di pareggiare il confronto con gli altri stati europei. Svariati anche in questo capo furono i primati del regno, tra cui si cita la prima ferrovia d'Italia che, al momento dell'unità, aveva già collegato Napoli a Battipaglia.



Francesco II e la fine del Regno

Francesco II salì al trono nel 1859. Di carattere mite, non riuscì a rompere l'isolamento politico del regno e a impedirne la dissoluzione. Infatti il Regno sopravvisse fino al 1861, quando, dopo la conquista della massima parte del suo territorio ad opera di Giuseppe Garibaldi, con la "Spedizione dei Mille" effettuata per conto dei Savoia, le ultime fortezze borboniche (Gaeta, Messina e Civitella del Tronto) si arresero agli assedianti piemontesi. L'impresa di Garibaldi stupì i contemporanei, soprattutto per la rapidità delle prime conquiste dei Mille e per l'enorme disparità (almeno iniziale) delle forze in campo. Garibaldi fu, soprattutto in Sicilia, appoggiato dai baroni siciliani ("Meglio una capitale più lontana come Torino, che una vicina come Napoli...") e dai picciotti[senza fonte], con l'obiettivo comune di rovesciare il regime borbonico ma certamente non di secondaria importanza si rivelo' l'apporto economico britannico che permise ai garibaldini di pagare, all'inizio della campagna siciliana, il tradimento di alti ufficiali borbonici con il beneficio di vincere alcune battaglie praticamente senza colpo ferire.[senza fonte] Le armate borboniche (120.000 unità) riuscirono a organizzare un'efficace resistenza solo nella parte conclusiva della campagna, con la battaglia del Volturno, nella quale il generale Giosuè Ritucci diresse valorosamente le truppe, e con l'eroica ultima resistenza dell'assedio di Gaeta, in cui l'esercito napoletano si trovò a fronteggiare anche le armate del regno di Sardegna, giunte nel frattempo (invadendo lo Stato Pontificio, pur senza dichiarazione di guerra), ad affiancare le armate garibaldine, superandole in numero e in armamenti. Circondata, Gaeta fu sottoposta ad un blocco navale e pesantemente bombardata dal mare e da terra, sino all'inevitabile resa.

Il Regno delle Due Sicilie venne annesso al Regno di Sardegna dopo l'esito di un plebiscito (il 21 ottobre 1860) contestato, in cui non fu generalmente garantita la segretezza del voto ed al quale partecipò solo una minima parte degli elettori. Nella capitale, ad esempio, si ebbero seggi presieduti da bersaglieri, carabinieri e garibaldini o, come nel seggio della Vicaria e Pendino, anche da esponenti della camorra[senza fonte], che tollerati dal neo-prefetto Liborio Romano, "invitavano" gli elettori a votare per l'annessione. Nel resto delle province andò peggio, con intimidazioni e manifestazioni gattopardesche da parte dei nobili, schierati in gran parte con i Savoia. La reale finalità del plebiscito era quella di dare, agli occhi del mondo e della storia, una parvenza di democraticità a quella che, in realtà, era stata una conquista militare di uno stato sovrano. Inoltre si voleva escludere qualsiasi ipotesi di mantenimento di uno Stato meridionale autonomo o confederato, tanto in una paventata forma repubblicana (ipotesi caldeggiata anche da Garibaldi), che monarchico-murattiana (ipotesi che aveva indotto la Francia ad un atteggiamento attendista).

Di fatto, il Regno Delle Due Sicilie cessò di esistere il 20 marzo 1861, giorno della resa della Fortezza di Civitella del Tronto, ultima roccaforte dei duosiciliani.

In tale ottica, fu eluso l'ideale repubblicano di Giuseppe Mazzini, tanto tenacemente perseguito quanto eluso dai fondatori del nuovo stato italiano. Così come venne scartata a priori l'idea confederativa, voluta da molti studiosi dell'epoca.

Ben presto, perciò, nacque una guerriglia di resistenza (che allora venne denominata con il termine dispregiativo di brigantaggio), combattuta sia da parte di soldati del disciolto esercito duosiciliano rimasti fedeli al vecchio regime, sia dalla gran parte degli strati popolari, che mal tolleravano i conquistatori piemontesi, i quali avevano fatto occupare i beni demaniali e i latifondi da proprietari di idee liberali.

Furono altresì chiuse con decreto le antiche cave d'argento per favorire gli alleati francesi[senza fonte]. Furono poi chiuse le ricche fabbriche manifatturiere e l'industria fiorente del baco da seta per favorire quelle del settentrione[senza fonte]. Vennero boicottati i bacini e gli arsenali navali, in cui si fabbricavano prestigiosi battelli (il primo a vapore fu realizzato nel Regno) al fine di favorire i concorrenti cantieri liguri[senza fonte]. Non si dette seguito alla costruzione di nuove tratte delle ferrovie che avevano (con la Napoli-Portici) iniziato i Borboni. In Sicilia, che era da secoli il granaio d'Europa e che dai suoi porti faceva partire prodotti agricoli ed agrumi per tutta l'Europa, si boicottarono i trasporti impedendo che le mercanzie giungessero regolarmente ai porti[senza fonte], i quali in breve tempo persero la loro secolare importanza mercantile. Fu introdotta la carta moneta (dal 1866 a corso forzoso) al posto degli scudi in oro, anche perché fu prelevato il tesoro napoletanto e fu addirittura confuso il debito pubblico[senza fonte]. Furono inviati al sud Prefetti settentrionali, che non comprendevano nè la lingua nè gli usi e costumi secolari dei meridionali . Fu reintrodotta la tassa sul macinato , cioè sul pane, che era l'elemento essenziale per la sopravvivenza dei poveri. Fu introdotta una tassa sul sale e sui tabacchi, che allora la Sicilia esportava in tutto il mondo, introducendo il monopolio di stato. Ebbero così luogo sommosse popolari dei ceti affamati, che furono anche ferocemente spente dalla polizia del nuovo Regno d'Italia.

Il cosiddetto "brigantaggio" insanguinò le province meridionali per tutto il primo decennio di vita dello stato unitario e i caduti furono molte migliaia in entrambi gli schieramenti. Si pensi che, almeno sino al 1865, i due terzi dei reparti del neoformato Esercito Italiano (circa 120,000 uomini) furono impiegati nella repressione della rivolta meridionale. Basti pensare che fino al 1870 fu dichiarato lo stato d'assedio per ben 8 volte per reprimere quelli che vennero tuttavia definiti "quattro straccioni di briganti" che ancora non volevano arrendersi al nuovo re.

Bisogna poi sottolineare che, con l'annessione, venne introdotta la leva militare obbligatoria fino ai 40 anni (sino ad allora il servizio militare nel regno era a ferma volontaria): questo fece sì che molti giovani si dessero alla diserzione o andassero ad ingrossare le file dei "briganti". Un forte inasprimento degli scontri si registrò nell'agosto del 1863 a seguito dell'entrata in vigore della famigerata Legge Pica, che per far fronte alle rivolte nel meridione riportò la legge marziale, i processi militari e le deportazioni di molti "briganti" verso il nord del Paese e in particolar modo nella fortezza di Fenestrelle in Piemonte, da cui molti non fecero più ritorno.

Gli eccessi dell'esercito regolare si verificarono in particolare nei confronti della popolazione civile, diversamente da quanto accadde nella coeva Guerra di secessione americana.

Molti furono i paesi e le città che diedero un contributo in vite umane. Da ricordare sicuramente il massacro di Bronte da parte di garibaldini comandati da Nino Bixio, di Isernia dove furono mostrate le teste mozzate e racchiuse in una gabbia di 4 briganti, San Lupo, Casalduni e Pontelandolfo che furono quasi rase al suolo dai bersaglieri.

Una elaborazione critica di quegli eventi è fiorita solo da una ventina di anni a questa parte: infatti una vera e propria rimozione della memoria storica ha condizionato pesantemente, insieme alle dinamiche economiche e politiche del nuovo stato italiano, il formarsi di un comune sentire nazionale, ed è stata altresì per lungo tempo fonte di incomprensioni e rancori tra le diverse anime del Paese.


Primati del Regno

Tra le realizzazioni del regno, principalmente in ambito scientifico e tecnologico, vanno certamente ricordate, tra le altre, la prima nave a vapore nel Mediterraneo (1818) e, nel 1839, la prima linea ferroviaria italiana, tra Napoli e Portici (al momento dell'unità d'Italia la tratta era giunta ad Eboli). Tali opere sono regolarmente citate in opere e scritti coevi, in quanto la novità delle stesse colpì i contemporanei.

Ma, pur se meno appariscenti, non vanno tralasciati altri primati che, per loro natura, denotano il carattere non episodico dei buoni livelli raggiunti dalle industrie e manifatture meridionali. Si possono ricordare, fra gli altri, il primo ponte sospeso in ferro realizzato nell'Europa continentale (1832), la prima illuminazione a gas in Italia (1839), il primo osservatorio vulcanico del mondo, sul Vesuvio (1841).

Non meno rilevante fu la fabbrica metalmeccanica di Pietrarsa (1840), espressione della politica di Ferdinando II che perseguiva l'affrancamento del Regno da forme di dipendenza, anche tecnologica, dall'estero. Alla fabbrica vera e propria si affiancava infatti una scuola per macchinisti ferroviari e navali, grazie alla quale il Regno poté sostituire, nel giro di pochi anni le maestranze inglesi utilizzate in precedenza.


Il ponte Real Ferdinando sul Garigliano A puro titolo di paragone, il piroscafo sardo Cagliari impiegato da Carlo Pisacane nella sfortunata avventura di Sapri del 1857 imbarcava personale inglese per le macchine (il che fornì a Cavour un appiglio per ottenere, grazie alle imposizioni britanniche, la restituzione del battello).

È d'altro canto da considerare che, perduta l'indipendenza, entrarono in crisi proprio quei settori industriali che avevano visto il Regno primeggiare in Italia.

Infatti, finché il nuovo Stato non avviò una politica di industrializzazione (1878), i principi liberisti allora in voga segnarono la fine delle piccole e non più "protette" imprese meridionali rispetto alla concorrenza britannica e francese, in una competizione che si svolgeva sostanzialmente sul mercato interno.

Alla crisi contribuì inoltre l'incameramento delle casse del Banco nazionale delle Due Sicilie (443 milioni di lire-oro, all'epoca corrispondenti ad oltre il 60% del patrimonio di tutti gli stati pre-unitari messi insieme) da parte di quelle esauste del Piemonte, indebolite drammaticamente anche dalla intrapresa guerra di conquista. Lo stesso istituto di credito fu poi scisso in Banco di Napoli e Banco di Sicilia.

 
 
 
 
 
 
 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu