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di Sicilia - Associazione Tutela delle Tradizioni Popolari del Trapanese

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Regno

Regno di Sicilia

Il regno di Sicilia fu il nome di uno stato sorto tra l'omonima isola e il Mezzogiorno d'Italia, scisso infine nelle due corone di Sicilia (con capitale Palermo) e Napoli (con capitale Napoli)


Le conquiste di Manuele I di Bisanzio in rosso, e le conquiste del Papa in viola, e il Regno normanno in verde (1156).

Le origini

La nascita del Regno di Sicilia è da ricondurre ad una vicenda che vide coinvolti, nel 1130, Papa Innocenzo II e il suo Antipapa Anacleto II, entrambi successori di Onorio II, nonché Ruggero II d'Altavilla, Conte di Sicilia, Duca di Calabria e Puglia fin dal 1128 per mano dello stesso Onorio II.

Nella notte tra il 13 e 14 febbraio 1130 moriva Papa Onorio II (Lamberto Scannabecchi) e, immediatamente, all'interno del Collegio Cardinalizio, si riaccese la lotta per la successione tra le stesse due fazioni che già si erano scontrate, pochi anni prima (1124), in occasione dell'elezione dello Scannabecchi.

I sedici porporati facenti capo alla famiglia dei Frangipane, guidati dal Cardinal Aimerico, elessero Papa il Cardinal Gregorio
Papareschi che assunse il nome di Innocenzo II. Gli altri quattordici porporati, facenti capo alla famiglia dei Pierleoni, elessero Papa il Cardinal Pietro Pierleoni che assunse il nome di Anacleto II. Poco tempo dopo il Pierleoni riuscì a far convergere su di sé il gradimento anche di alcuni cardinali che avevano eletto il Papareschi, raccogliendo in tal modo la maggioranza dei voti del Collegio e accreditandosi, di conseguenza, come legittimo Pontefice.

Poiché Innocenzo II non intendeva rinunciare alla tiara, si aprì un vero e proprio scisma all'interno della Chiesa di Roma che finì per coinvolgere soprattutto elementi non ecclesiastici, ovvero alcuni grandi Stati d'Europa, come l'Inghilterra, la Francia e la Germania che, unitamente a gran parte dell'Italia, appoggiavano Innocenzo II. Papa Anacleto II, bersagliato anche per le sue origini ebraiche e completamente isolato chiese l'appoggio dei Normanni del Duca Ruggero II, al quale offrì, in cambio, la corona regia.

Il Duca non si lasciò sfuggire l'occasione e concluse, nel settembre 1130, una vera e propria alleanza militare con il Papa, in seguito alla quale questi emise una Bolla che consacrava il Conte di Sicilia, nonché Duca di Calabria e di Puglia, Rex Siciliae. Dopo di che, nella notte di Natale del medesimo anno, riprendendo un cerimoniale già visto nel lontano anno 800 in occasione dell'incoronazione di Carlo Magno, fu incoronato a Palermo come Ruggero II, Re di Sicilia, Puglia e Calabria.

 

Il regno di Sicilia nel periodo normanno


La Cattedrale di Palermo, sintesi architettonica dei vari momenti storici della città.

Il Regno di Sicilia nasceva, quindi, nella notte di Natale del 1130 per mano di un Antipapa, Anacleto II e veniva affidato nelle mani del figlio di colui che aveva conquistato la Sicilia, (Ruggero I d'Altavilla), a sua volta figlio di Tancredi d'Altavilla. Il Regno di Sicilia nasceva all'insegna della dinastia normanna degli Altavilla e comprendeva non soltanto l'isola cosiddetta di Trinacria, ma anche le terre di Calabria e Puglia.

 


Il sarcofago di Federico II nella cattedrale.



Innocenzo II, però, ritenendosi legittimo Pontefice, promulgò la scomunica nei confronti di Anacleto II e dichiarò nulli tutti i suoi Atti. In una serie di Concilii successivi, Reims (1131), Piacenza (1132), Pisa (1135) fu riconosciuto come tale da Inghilterra, Spagna, Francia, Lombardia, Milano, Germania. Ebbe anche a incoronare Imperatore, il 4 giugno del 1133 in San Giovanni in Laterano, Lotario di Supplinburger.


Ormai Anacleto II poteva contare soltanto sull'appoggio della città di Roma, dell'Italia meridionale e dei Normanni di Re Ruggero I. Poiché lo scisma tra i due Pontefici appariva insanabile, fu giocoforza il ricorso alle armi, soprattutto perché l'Imperatore Lotario era sollecitato in tal senso dai continui interventi di Bernardo di Chiaravalle, nemico accesissimo di Anacleto II.

Con la discesa in Italia di Lotario, ebbe inizio una lunga guerra tra l'Impero e i Normanni che vide Re Ruggero perdere progressivamente i territori dell'Italia peninsulare. Ripartito Lotario nell'ottobre del 1137, Ruggero riconquistò Salerno, Avellino, Benevento e Capua. Anche Napoli, dopo un anno di assedio, fu costretta a capitolare nel 1137 e proprio in seguito alla ripartenza di Lotario.

Nel dicembre del 1137 moriva l'Imperatore Lotario e qualche mese dopo, il 25 gennaio del 1138, moriva anche l'Antipapa Anacleto II. La famiglia dei Pierleoni elesse un nuovo Antipapa nella persona del Cardinal Gregorio con il nome di Vittore IV, ma la rinuncia di questi nel maggio del 1138, a tre mesi dall'elezione soprattutto dietro sollecitazione di Bernardo di Chiaravalle, diede il via libera alla piena legittimazione di Innocenzo II, che ebbe il riconoscimento, nel maggio 1138, anche da parte dei Cardinali fedeli alla famiglia dei Pierleoni. Aveva termine, così, lo scisma all'interno della Chiesa di Roma.

Nei primi mesi del 1139 ebbe luogo il Concilio Lateranense che confermò l'illegittimità di Anacleto II e la nullità di tutti i suoi Atti. Il Concilio ebbe a ribadire, ancora, la scomunica nei confronti dell'Antipapa e di Ruggero. Dopo di che il Pontefice stesso, alla testa di un forte esercito si mosse contro Ruggero. Ma le superiori doti militari del normanno lo portarono addirittura ad essere preso in ostaggio, presso Montecassino, Papa Innocenzo, il quale, preso atto di non poter reggere il confronto con il nemico, dovette confermargli la corona regia. Il giorno 27 del mese di luglio del 1139, nei pressi di Mignano fu redatto il privilegio mediante il quale si confermava l' elevatio in regem, unitamente all'annessione del territorio di Capua.

Il territorio costituente il Regno di Sicilia comprendeva, ora, non soltanto l'isola omonima, la Calabria e la Puglia, ma tutta l'Italia meridionale peninsulare fino a Gaeta.

In conclusione, il Regno di Sicilia, nato nel 1130 per mano dell'Antipapa Anacleto, riceveva il definitivo riconoscimento il 27 luglio 1139 mediante l'elevatio in regem da parte di Innocenzo II, legittimo Pontefice della Chiesa di Roma. Ruggero II morì nel 1154. I suoi successori furono:

Guglielmo I (1154 – 1166)
Guglielmo II (1166 – 1189)
Tancredi (1189 – 1194)
Guglielmo III (1194 – 1194).

Il regno di Sicilia nel periodo svevo

La dominazione sveva in Sicilia ebbe inizio con un matrimonio di stato fra Enrico VI, figlio dell'imperatore Federico Barbarossa, e Costanza d'Altavilla, normanna, figlia di Ruggero II. Grazie alla unione nel 1185 gli svevi potevano rivendicare con le armi il Regno di Sicilia. Così nel 1194 Enrico VI depose l'ultimo monarca normanno Guglielmo III incoronandosi Re di Sicilia e completando la conquista del regno normanno. Aveva così inizio la nuova dinastia degli Svevi in Sicilia che con Federico II, figlio di Costanza I raggiunse il massimo dello splendore.

Palermo e la corte divennero il centro dell'Impero, comprendente le terre della Puglia e dell’Italia meridionale. A Palermo nacque la "Scuola poetica siciliana" con la prima poesia italiana; e politicamente il sovrano chiamato "Stupor mundi" (meraviglia del mondo) anticipò – come scrive Santi Correnti – "la figura del principe rinascimentale", anche con le cosiddette Costituzioni Melfitane (1231).

Il suo regno fu tuttavia caratterizzato dalle lotte contro il Papato e i Comuni italiani, nelle quali riportò vittorie o cedette a compromessi, organizzando la quarta crociata e dotando l'isola e il meridione di castelli e fortificazioni. Volle essere sepolto nella cattedrale di Palermo, quando nel 1250 si concluse improvvisamente la sua vita, conseguentemente scatenando le lotte di successione in cui Manfredi, figlio naturale di Federico II, venne sconfitto a Benevento nel 1266 da Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia.


Il regno di Sicilia nel periodo angioino

Dopo la morte di Federico II, il trono passò al figlio naturale Manfredi.
Quest'ultimo appoggiò la controffensiva dei ghibellini toscani (cioè il partito filoimperiale) che nella Battaglia di Montaperti (1260) inflissero una sconfitta ai guelfi (filopapali) e si alleò con Genova, Venezia e con la Casa di Barcellona, grazie al matrimonio tra una delle sue figlie, Costanza, e il re Pietro III d'Aragona.

Manfredi, però, venne scomunicato (ennesimo episodio della lunga lotta che il papato aveva intrapreso contro la Casa di Svevia, vista come una gravissima minaccia per la sopravvivenza stessa dello Stato pontificio) e nel 1263 il francese papa Urbano IV offrì la corona a Carlo I d'Angiò, fratello del Re di Francia Luigi IX.

L'Angioino promosse una spedizione militare per conquistare il Regno e, nel 1265 il nuovo papa, (del pari francese), Clemente IV, lo proclamò Rex Siciliae .

Manfredi tentò invano di difendersi ma fu sconfitto e ucciso nella Battaglia di Benevento, dopo la quale il Mezzogiorno e la Sicilia passarono sotto la dominazione angioina. Il nipote di Manfredi, Corradino, cercò di riconquistare la corona, ma venne sconfitto nella Battaglia di Tagliacozzo. La successiva cattura e la tragica fine per decapitazione nella Piazza del Mercato a Napoli sancirono la definitiva sconfitta dell'Impero.

Di fronte all'alleanza tra papato ed angioini e alla debolezza dell'impero i signori e le città ghibelline dell'Italia settentrionale chiesero aiuto a Pietro III di Aragona. Nel contempo, in Sicilia, si andava sviluppando un forte malcontento nei confronti del governo angioino dovuto soprattutto per il trasferimento della capitale del Regno da Palermo a Napoli, ma anche a causa del durissimo governo che era esercitato che stava riducendo in miseria il paese, malcontento sfociato nello scoppio di una sommossa, ben nota come Vespri siciliani, che determinò la cacciata degli Angioini dalla Sicilia. Uno dei motivi dell'origine della sommossa, fu l'episodio in cui una donna siciliana, uscita dalla messa, subì dei soprusi da parte di un nobile francese il quale fu punito dalla folla che si ribellò a tale atto dando così origine all'inizio della ribellione contro il potere francese. I siciliani chiesero aiuto a Pietro III d'Aragona che, quale marito di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi, si considerava titolare della corona di Sicilia.

Questo coinvolgimento allargò il conflitto: il papa Martino IV ed il re francese Filippo III si schierarono a fianco degli Angiò. Il conflitto si concluse nel 1302 (Pace di Caltabellotta) con l'affidamento della Sicilia (Regno di Trinacria) a Federico III d'Aragona, fratello del re Giacomo II d'Aragona (succeduto nel frattempo a Pietro III), con la condizione che alla sua morte la corona sarebbe tornata agli angioini, cosa che però non avvenne.


La Sicilia nel periodo aragonese e la fine del regno di Trinacria

A Pietro III d'Aragona successe il figlio Federico III di Sicilia; a questi successe, senza lasciare eredi, la figlia Maria di Aragona. Per un breve periodo la sede del regno fu Catania. La linea di successione di Pietro III si era estinta e con essa decadde anche il titolo di re di Trinacria. Quando infatti Ferdiando I Trastamara fu eletto re d'Aragona egli dichiarò la Sicilia provincia aragonese e istituì un vicariato sull'isola.

Dopo Ferdinando I regnò Alfonso il magnanimo, che riunì l'isola al regno di Napoli sotto la corona di rex Utriusque Siciliae. Egli istituì a Catania l'università. Nel 1713 il trattato di Utrecht riconosce il Regno di Sicilia al Ducato di Savoia che ne manterrà la sovranità fino al 1720, quando in cambio gli verrà assegnato il Regno di Sardegna. I Dragons Jaunes (successivamente reggimento "Nizza Cavalleria") conquistano l'isola ed entrano a Catania.


Il Regno di Carlo III di Borbone

Nel 1734 la Sicilia si ritrovò unita a Napoli, allorché Carlo, infante di Spagna,mosse alla conquista del Regno di Sicilia diventandone Re col titolo di Carlo III. Egli non aveva trovato difficoltà a cacciare gli austriaci il cui esercito non aveva opposto molta resistenza. I siciliani, da parte loro, non avevano fatto nulla per ribellarsi all’Austria e per chiedere l’aiuto spagnolo per la liberazione, tuttavia la costituzione della nuova monarchia borbonica, che riuniva in un unico stato indipendente e sovrano il Mezzogiorno continentale ed insulare, fu salutata dalla popolazione con straordinario entusiasmo. Questo era dovuto al fatto che, liberato dalla condizione di provincia, il Mezzogiorno poteva affrontare un processo di trasformazione che consolidasse il nuovo dell’indipendenza. Il 2 settembre 1734, il generale spagnolo Montemar prese possesso dell’ufficio di Viceré a Palermo; ma Montemar non rappresentava il solito Viceré, come tanti ce n’erano stati in precedenza, in quanto il suo mandato era quello di gettare le premesse militari e politiche per la fondazione di una nuova monarchia. La novità era evidente per il fatto che le truppe spagnole, per tanto tempo strumento di dominio straniero, adesso concorrevano a dar vita ad uno stato indipendente e nazionale che avrebbe rappresentato il fatto nuovo del settecento italiano. I nobili palermitani anelavano da molto tempo ad avere un proprio Re che garantisse loro tutti i simboli del potere e del prestigio, per questa ragione si sentirono lusingati quando Carlo III di Borbone si fece incoronare a Palermo. Solo dopo che il Re giurò nel Duomo di Palermo sui Vangeli il rispetto e l’osservanza della Costituzione e dei Capitoli del Regno di Sicilia, oltre che dei privilegi e delle consuetudini della sua capitale, i baroni e gli ecclesiastici siciliani gli giurarono fedeltà ma senza manifestare mai nulla di più che un consenso di massima . L’incoronazione avvenne mentre le cittadelle di Messina, Siracusa e Trapani erano ancora in mani austriache. La fretta di ricevere la corona proprio a Palermo non fu dettata dal desiderio di Carlo di compiacere i siciliani, bensì dall’atteggiamento dello Stato Pontificio al quale occorreva contrapporre un pronto riparo. La Santa Sede considerava i Regni di Napoli e di Sicilia feudi della Chiesa romana, anche se con differenti condizioni di vassallaggio. Riguardo Napoli i giuristi del tempo si chiedevano se la Chinea offerta al Papa il giorno di SS. Pietro e Paolo potesse considerassi atto di vassallaggio; il dubbio esisteva, ma nessuno si sentiva di escludere il preteso diritto della Chiesa. Per la Sicilia, invece, si aveva motivo di affermare che non si trattava di feudo soggetto a servitù poiché il Re, per diritto ereditario, agiva quale rappresentante del capo della Chiesa e non era quindi tenuto a sottoporsi all’investitura papale . Non sentendosi certo di essere dalla parte della ragione, nello smentire il preteso diritto della Chiesa sul Regno di Napoli, Carlo III scelse la formula ambigua di Re delle Due Sicilie e, bruciando i tempi, ricevette a Palermo la corona di Sicilia legittimando di fronte a Roma il nuovo regime borbonico e la conquista del regno meridionale. Fu un successo per la sua diplomazia e di conseguenza uno scacco per la politica vaticana. La grande cerimonia dell’incoronazione a Palermo, imposta da circostanze di forza maggiore, fece pensare che Carlo volesse fissare la propria dimora nella capitale siciliana invece che a Napoli. Fu una cerimonia fastosa e solenne rimasta celebre negli annali della cronaca palermitana; ma la speranza di una corte reale insediata a Palermo durò solo una settimana, infatti allo scadere di questa il Re spostò la capitale a Napoli lasciando a Palermo un Viceré. La partenza di Carlo da Palermo rappresentò per i siciliani un affronto che generò quel clima di profonda delusione nel quale si rafforzò l’antico dualismo tra Napoli e Palermo che avrebbe avuto, negli anni seguenti, risvolti drammatici . Carlo III si trovò a regnare su uno stato nel quale molti dei poteri della sovranità, che altrove costituivano normali attributi del regno, risultavano concentrati parte nel clero e nel baronaggio, parte nelle comunità territoriali e parte negli stessi organi amministrativi e giudiziari che, seppure formalmente dipendenti dal Re, nella sostanza risultavano appannaggio di ceti e gruppi particolari. La nuova monarchia meridionale, che non poteva contare sul sostegno apprezzabile di forze interne, si trovò quindi nella necessità di costruire un apparato politico ed amministrativo che ne garantisse il funzionamento. Ma per attuare un simile programma si rendeva indispensabile riportare alla corona poteri che di fatto s’erano perduti nei meandri della consuetudine, oppure erano divenuti strumenti di forza nelle mani di caste privilegiate. Nel 1738, dopo la firma del trattato di Vienna e la concessione dell’investitura da parte del Papa, Carlo III affidò a Montallegre la direzione politica di un piano di riforme contenente una serie di proposte ufficialmente tendenti al buon governo e al miglioramento del Regio erario, ma che in effetti scaturivano dalle raccomandazioni della corte spagnola in base alle quali vi era da tener testa al baronaggio per non esserne sopraffatti. Il piano di riforme, una vera e propria strategia volta a rafforzare il potere regio, si era avvalso di uno studio sull’amministrazione della giustizia affidato ad un gruppo di giuristi e alti funzionari; si prevedeva di limitare il numero dei chierici e dei religiosi, di ridurre la consistenza del patrimonio ecclesiastico proibendo alla Chiesa l’acquisto di nuovi beni immobili, inoltre si prospettava la necessità di togliere ai baroni la giurisdizione ritenuta di provenienza illegale. Altri suggerimenti riguardavano la concessione di vantaggi ai commercianti e l’attuazione di misure di austerità tendenti a moderare il lusso e a ripartire più equamente il peso fiscale tra i sudditi . La nomina del principe Corsini a Viceré di Sicilia rappresentò un fatto politico e rilevante, nel senso della precisa volontà di perseguire l’obiettivo delle riforme acquisendo un minimo di consenso. Corsini, infatti, una volta insediatosi a Palermo, non si comportò mai da Viceré assolutista ma ritenne di dover agire da Viceré costituzionale. Questo metodo, insolito per quel tempo, lo rese ben visto negli ambienti politici palermitani e gli consentì di svolgere una certa mediazione tra le direttive assolutistiche del governo e le opposizioni che puntualmente nascevano nella capitale siciliana. Per evitare che contrasti ampi e diffusi nei due regni potessero bloccare il piano di riforme, fu previsto uno sviluppo separato, articolato e anche differenziato nei tempi. Si decise, che alcune riforme venissero attuate ora nel Regno di Napoli ed ora nel Regno di Sicilia e, infine, che altre ancora fossero proposte esclusivamente nell’uno o nell’altro regno. Il riformismo di Carlo di Borbone venne però sempre considerato, dal ceto nobile e dall’ambiente ecclesiastico, come una sorta di provocazione, in particolare quando questi decise di avvalersi della collaborazione di personale ebraico nell’intento di sviluppare le attività commerciali e finanziarie dei due regni. Preti e gesuiti fomentarono la popolazione con una propaganda sfrenata a base di pregiudizi e di superstizioni, tanto da costringere il governo a tornare sui propri passi. Ancora più forti furono le resistenze, specie da parte dell’aristocrazia, quando Carlo decise di istituire la figura del Supremo Magistrato del Commercio tanto a Napoli che in Sicilia. L’iniziativa provocò la sollevazione degli ambienti giudiziari partenopei e siciliani nonché del baronaggio e delle istituzioni rappresentative dei due regni. In Sicilia il Parlamento, espressione diretta del potere baronale, arrivò ad offrire al Re un donativo di duecentomila scudi affinché si riducessero le competenze del Tribunale del Commercio, annullando in pratica la riforma. Tale opposizione rappresentò la prima manifestazione di lotta politica nei confronti del nuovo regno, condotta all’insegna di comuni propositi e iniziative da parte delle magistrature siciliana e partenopea e delle due nobiltà. Montallegre, al cospetto di un’opposizione così estesa ed ostinata, dovette soccombere. Ma il programma di riforme doveva continuare, per cui sul fronte della giurisdizione baronale e di quella ecclesiastica si decise di adottare provvedimenti differenziati, allo scopo di non provocare una comune resistenza della nobiltà e del clero nei due regni . Il contrasto, comunque, apparve evidente quando, nel 1740, il Comune di Sortino chiese di passare dal dominio baronale a quello regio pagando un congruo riscatto. Tale singolare decisione con iniziativa apparentemente circoscritta e limitata a quel Comune, mise in discussione la giurisdizione baronale in Sicilia. L’Università di Sortino avanzava la sua richiesta con evidente consenso e manifesto appoggio del governo, infatti, il suo passaggio sotto il dominio regio avrebbe portato al fisco un’entrata straordinaria annua di mille onze. I baroni sapevano che se fosse passata la richiesta, molti altri comuni feudali dell’isola avrebbero seguito il suo esempio ed essi avrebbero perduto buona parte del loro effettivo potere. La difesa delle ragioni della nobiltà venne affidata al maggior avvocato del tempo Carlo Di Napoli, e questi diede alla causa un carattere preminentemente politico. La sua proposizione divenne argomento privilegiato della giurisprudenza siciliana e punto di riferimento del pensiero dominante dell’aristocrazia isolana. La tesi di Di Napoli rivendica l’esistenza di diritti feudali, la cui origine e natura sono originari e fondamentali, pertanto in Sicilia, tanto la monarchia quanto il feudo, essendo nati entrambi contemporaneamente con la conquista normanna hanno pari dignità e la momentanea riduzione al fisco regio di un bene feudale non ne muta la natura a differenza di quello demaniale che può trasformarsi in feudale. Questa visione della feudalità in Sicilia venne accolta dal Tribunale del Real Patrimonio che dichiarò infondata la pretese del Comune di Sortino e respinse la sua richiesta di passare sotto il dominio regio. Il governo si affrettò a chiudere la vertenza mentre i baroni, approfittando della clamorosa vittoria, attaccarono a viso aperto le pretese riformatrici di Carlo tra cui, in modo particolare il Supremo Magistrato al Commercio. Dopo la conclusione della causa di Sortino, il programma di riforme di Montallegre subì il definitivo arresto prima in Sicilia e poi a Napoli. Lo stesso Montallegre, qualche tempo dopo, fu costretto a lasciare la guida del governo e rientrare a Madrid. La stessa politica riformistica di Carlo III si spense ed il re venne indotto a cercare sempre di più l’accordo coi baroni. Il nuovo Viceré Labieufuille, succeduto a Corsini nel 1747, in mancanza di coerenti direttive da Napoli si guardò bene dal prendere posizione contro i baroni siciliani; così la giurisdizione baronale divenne, giorno dopo giorno, diritto incontrastabile tanto che Fogliani, divenuto Viceré nel 1755, affermava di ispirarsi alle istruzioni del ministro spagnolo conte Olivares: “Coi baroni in Sicilia si è tutto, senza i baroni si è niente” . Il regno di Carlo III che era nato nel segno del riformismo e con l’intento di limitare il più possibile il dominio dei baroni, si concluse con un governo basato su una filosofia politica del tutto opposta.


Il Regno di Ferdinando IV (la Reggenza di Bernardo Tanucci)

Nel 1759 Carlo optò per il trono di Spagna rimasto vacante dopo la morte del fratello Ferdinando che non aveva lasciato eredi. In altri tempi il Re delle Due Sicilie avrebbe cinto la corona di Spagna divenendo capo di un’unica monarchia; ma Carlo, rispettando i trattati internazionali che vietavano espressamente tale unione, provvide a spartire i suoi domini nell’ambito della famiglia. Sul trono di Napoli mise il terzogenito Ferdinando, un bambino di otto anni, riconoscendo al secondogenito Carlo Antonio il titolo di principe ereditario di Spagna. Il nuovo Re Ferdinando IV, che conservò il titolo di infante di Spagna, fu messo sotto la tutela di un consiglio di reggenza il cui compito era in parte di reggere la cosa pubblica fino alla maggiore età del giovane monarca, ed in parte di assicurare la sua educazione. La reggenza era composta da tre nobili napoletani e da due nobili siciliani secondo un preciso rapporto di equilibrio. La presidenza era affidata al Principe di San Nicandro che assieme al Marchese Bernardo Tanucci assunse specifiche funzioni pedagogiche. Tanucci, oltre a svolgere una forte azione riformatrice, aveva il delicatissimo compito di tenere i rapporti con Carlo III; in pratica Tanucci fu il tramite della volontà del Re di Spagna a cui era rimasta la suprema podestà di dettare la politica del Regno delle Due Sicilie. I componenti del consiglio di reggenza era in pratica soltanto delle controfigure, l’ispiratore era Carlo III mentre l’anima e il cervello era naturalmente il Primo Ministro Bernardo Tanucci, un maledetto toscano, che approfittò dell’interregno per tentare di condurre a termine le riforme che Carlo aveva iniziato ma che non era riuscito a portare a buon fine. Il giovane Ferdinando si mostrò refrattario a qualsiasi serio impegno, a cominciare da quello per lo studio. Nel 1768 gli venne data in sposa Maria Carolina d'Austria: elegante e ben educata lei, rozzo e incolto lui, si trattò di un matrimonio male assortito nel quale la Regina, scaltra oltre ogni limite, avrebbe avuto il sopravvento soprattutto politico. Ferdinando, che nel frattempo avera raggiunto la maggiore età di sedici anni, non conosceva i suoi due regni e le differenze che esistevano tra di essi. Egli soleva accettare le decisioni di Tanucci senza neanche discuterle, lo stesso Primo Ministro ebbe così a scrivere: “trovai il Re all’oscuro di tutto di Parlamenti siciliani, convenne farne spiegazione nel corso della quale vidi che era al Re una novità poco gradita il potere e il rito del parlamentario, e ravvisai che questo nell’animo rendeva più gradito il Regno di Napoli ove corrono senza Parlamenti le rendite regie” . Da parte sua Maria Carolina affermava che il giovane consorte era totalmente disinformato al punto che “stimando la Sicilia quanto Capri o Procida, sarebbe stato capace, tra la mancanza di lumi e la fretta di passare ad uccidere una gazzotta, di concedere quel regno in feudo ad alcuno dei suoi garzoni” . Un primo motivo di scontro tra Tanucci e la nobiltà siciliana si ebbe su una delle questioni più delicate di ordine costituzionale, cioè il giuramento di fedeltà al nuovo Re da parte del Parlamento siciliano e a sua volta il giuramento di rispetto delle costituzioni e dei privilegi del Regno da parte del Re medesimo. Dato che il sovrano non aveva raggiunto ancora la maggiore età, il giuramento venne prestato, su procura, dal viceré Fogliani e, in tal modo, Tanucci riuscì a rimandare la cerimonia spostandola al compimento della maggiore età del Re. Una volta che questi divenne maggiorenne, la nobiltà siciliana non dimenticò l’impegno e prese l’iniziativa per far sì che Ferdinando, seguendo l’esempio del padre, si recasse a Palermo. Tanucci, ancora una volta, adducendo che la cerimonia dell’incoronazione avrebbe avuto incidenza nei rapporti con la Chiesa, a causa del presunto legame feudale del Regno con la Santa Sede, decise di non fare celebrare alcuna cerimonia. La nobiltà siciliana, enormemente delusa ed offesa, non riuscì a digerire la cosa . Intorno al 1770 i baroni siciliani sferrarono un altro colpo contro il potere regio mediante la rifeudalizzazione delle cariche ecclesiastiche: sfruttando una legge del 1738, che riservava ai prelati siciliani la direzione delle chiese di regio patronato, occuparono, con un’operazione senza precedenti, tutti i principali posti di comando dell’organizzazione religiosa isolana. Tutti i vescovi nominati in quel periodo in Sicilia erano rampolli del ceto baronale e le abbazie, i cui rappresentanti avevano diritto di sedere in Parlamento quali rappresentanti del braccio ecclesiastico, furono appannaggio della nobiltà. Nacque così uno stretto legame fra nobiltà e chiesa siciliana e quest’ultima finì per rispecchiare gli interessi della prima. Il marchese Tanucci cercò in tutti i modi di allentare i legami sociali fra Chiesa e baronaggio; egli stabilì che i vescovi siciliani venissero scelti fra i parroci invece che fra i regolari, gli abati e i canonici. Approfittando dell’enorme impressione che aveva suscitato la notizia del saccheggio, da parte dei pirati saraceni, dell’isola di Ustica e della riduzione in schiavitù di tutti i suoi abitanti, Tanucci, alla morte dell’abate titolare della Chiesa di Santa Maria dell'Altofonte, ne conferì al fisco le consistenti rendite allo scopo di reperire il denaro necessario alla costruzione di quattro navi da guerra da adoperare nella sorveglianza delle coste, inizio della creazione di una Marina fino a quel momento quasi del tutto inesistente. Il Pontefice non poté dire di no alla richiesta di un suo consenso, anche perché il Primo Ministro gli aveva offerto, come contropartita, la sorveglianza delle acque territoriali pontificie. I baroni vennero presi in contropiede. Non potevano certamente opporsi all’operazione dopo che il Papa aveva offerto il proprio consenso, né avrebbero potuto inimicarsi la popolazione del Regno che era sgomenta per le notizie arrivate da Ustica , dove la popolazione era stata quasi per intero massacrata e rapita dai pirati saraceni, vedeva di buon grado il fatto che la tranquillità sul mare fosse ottenuta con l’impiego delle rendite ecclesiastiche anziché con opposizioni fiscali di vario genere . L’espulsione dei gesuiti, avvenuta nel 1767, rappresentò il punto di forza della politica di Tanucci che mirava a provvedere ai bisogni della società e dello stato con l’impiego dei beni ecclesiastici. Il provvedimento, che costituì forse la riforma più importante non solo del Settecento italiano ma di tutto il Settecento europeo, fu reso possibile dalla debolezza dimostrata dalla Chiesa cattolica che, dalla seconda metà del secolo, era piombata in un periodo di profonda crisi con una forte perdita di peso in campo internazionale. I gesuiti, che rappresentavano qualcosa in più di un semplice ordine religioso, personificando una certa concezione della Chiesa, quella consacrata dal Concilio di Trento e basata sul principio di autorità portato alle sue estreme conseguenze, avevano permesso ad essa di superare la crisi dello scisma protestante. Sul piano politico erano una sorta di avanguardia, ideologicamente monolitica, impegnata ad assicurare l’egemonia della Chiesa nel mondo. Ma proprio il loro essere in prima linea negli affari ecclesiastici li portò allo scontro con Clemente XIII, il quale soppresse la Compagnia di Gesù. Appena il Pontefice emanò la bolla di soppressione Tanucci emise il bando di espulsione . L’espulsione dei gesuiti apriva problemi inediti per i governanti napoletani e offriva possibilità notevoli per sperimentare programmi di riforma. Bisognava organizzare nuove scuole che sostituissero quelle tenute dai gesuiti, inventare un nuovo corpo insegnanti e, infine, trovare un modo per utilizzare le proprietà che l’Ordine possedeva nel Regno. In Sicilia il patrimonio terriero dei gesuiti era molto più esteso che nel continente e comprendeva le terre più coltivate e più redditizie di tutta l’isola. Con una coraggiosa politica sociale, che si rifaceva all’insegnamento di Genovesi, Tanucci ripartì in quote le proprietà gesuitiche e le mise all’asta, preoccupandosi che una parte venisse assegnata ai contadini. Oltre tremila contadini poveri ebbero assegnati porzioni di terra; alla distanza, però, i risultati furono modesti tanto perché l’amministrazione dell’isola frenò in tutti i modi i contenuti più rilevanti della riforma, tanto perché molti contadini non ricevettero l’indispensabile sostegno finanziario per condurre la lavorazione dei campi . La legislazione governativa, basata in un primo tempo sulla cessione ai contadini dei terreni incolti, privi di alberi, di case e di altre migliorie fondiarie, venne modificata in quanto se ne avvantaggiava il baronaggio accaparrandosi la parte più redditizia del patrimonio che era stato gesuitico. Vennero, così, assegnati ai contadini anche i terreni migliorati . Tale nuova legislazione, emanata nel 1773, cioè sei anni dopo l’espulsione dei gesuiti, rappresentò il primo serio tentativo di riforma e di colonizzazione del latifondo meridionale e, comunque, la più consistente operazione di riforma agraria attuata in Italia nel corso del Settecento . Il baronaggio, non più disposto a subire l’attacco delle riforme, rialzò la testa e, con l’intento di dare una dura lezione al Primo Ministro, aizzò la folla spingendola ad una violenta rivolta per dimostrare che senza i baroni in Sicilia non si poteva governare. La rivoluzione di Palermo, che si svolse nei mesi di settembre e ottobre del 1773, fu densa di inquietanti implicazioni. Essa poteva apparire come una tipica rivolta cittadina del tutto simile a tante altre, ma il fatto nuovo consisteva che al fianco della plebe si accompagnava, anche se nascosta, la classe dominante locale che incoraggiava gli insorti a prendere il governo della città. Quindi quella del 1773 fu una rivolta politica il cui obiettivo era quello di stroncare la politica riformistica di Tanucci senza però intendimento di sottrarsi al potere borbonico. L’apparato statale e amministrativo subì un’immediata paralisi e l’esercito, messo nell’impossibilità di agire, non poté proteggere il Viceré Fogliani che si vide costretto a fuggire da Palermo. Alla fuga del Viceré seguì l’insediamento di un governo provvisorio sottoposto alla guida dell’Arcivescovo di Palermo Serafino Filangeri. Tanucci, traendo spunto dalla rivolta, per abbassare il più possibile la potenza della nobiltà siciliana a corte, diffuse la sensazione che le basi del regno meridionale non fossero per niente sicure a causa dell’infedeltà dei baroni; da ciò prese corpo e consistenza un orientamento antisiciliano e antibaronale che avrebbe, in seguito, influito sullo stesso ruolo del partito siciliano nell’ambito dei vertici dello Stato. Infatti, ristabilito l’ordine e riaffermato il potere borbonico, cominciò ad emergere il preciso intento di estromettere il baronaggio siciliano dal ruolo primario di governo del paese e di instaurare un regime nel quale Napoli avesse piena supremazia su Palermo . Nel 1774 viene nominato Viceré il Principe di Stigliano, spagnolo di nascita ma napoletano d’adozione; questo contrastava con la tradizione secondo la quale il Viceré di Sicilia doveva essere scelto tra personaggi non napoletani. Il nuovo Viceré doveva portare avanti, come fece, la politica antisiciliana e antibaronale. I baroni, per risposta, fecero in modo che il Marchese della Sambuca, siciliano ed ambasciatore di Re Ferdinando a Vienna, si facesse interprete e strumento di un’operazione volta a screditare Tanucci di fronte ali regnanti. Nel frattempo Maria Carolina era entrata nel governo dello Stato e la sua avversione verso il Primo Ministro fece in modo che strumentalizzasse tutte le avversioni che Tanucci aveva provocato in Sicilia con la sua politica di riforme. La Regina si era insediata in forza ad una clausola che la madre aveva fatto inserire nel contratto di nozze, in base alla quale la partecipazione, con voce deliberativa, al governo doveva avvenire dal momento in cui fosse nato il primo erede maschio. L’erede era nato anche se a corte si vociferava che il padre non fosse il Re. Primo atto ufficiale della Regina fu l’allontanamento di Tanucci dalla carica di Primo Ministro, accusato di essere troppo vicino alla Spagna. Il vecchio Ministro, ormai ottuagenario, si ritirò, con soddisfazione dei baroni siciliani, e morì poco dopo lasciando un patrimonio irrisorio e in tutti la sorpresa di scoprire che anche i Ministri potevano essere onesti. Maria Carolina affidò l’incarico al Marchese della Sambuca che, in quanto ambasciatore a Vienna, doveva avere respirato l’aria degli Asburgo. La figura di questi è alquanto particolare, infatti egli tentò di tenersi in bilico tra gli interessi spagnoli e quelli asburgici, finendo per contrariare tanto Carlo III che Maria Carolina, inoltre non riuscì a percepire che favorire l’influenza austriaca sul Regno avrebbe danneggiato ulteriormente il baronaggio siciliano, del quale faceva parte, essendo l’Austria interessata ad affermare un potere centralizzato e quindi antiautonomista. Maria Carolina, autoritaria, capricciosa e spregiudicata, soleva scegliere i suoi collaboratori tra i compagni d’alcova. Il sistema valse anche per l’ammiraglio Acton, un irlandese che aveva servito nella marina francese. Essa, attratta dal fascino dell’uomo, ne fece il Ministro della sua Marina, una Marina che, nei piani della Regina, avrebbe fatto diventare Napoli il caposaldo marinaro dell’impero austriaco onde contrastare il dominio mediterraneo della Spagna e della Francia. Il Marchese della Sambuca, capita finalmente la posta in gioco, tentò inutilmente di spingere Ferdinando a prendere provvedimenti per scongiurare il pericolo di un complotto. I due amanti per risposta lo incriminarono per alto tradimento con l’intento di screditare anche l’ambiente filoborbonico che, all’interno della corte, era molto forte. Il tentativo di incriminazione non riuscirà e Maria Carolina dovrà limitarsi solo a chiedere le dimissioni dell’incauto Ministro. Il problema siciliano era, comunque, ancora insoluto soprattutto negli aspetti che riguardavano il potere dello Stato e le diffuse tensioni sociali. Da parte sua il Viceré Stigliano aveva dimostrato di non possedere la forza, l’intelligenza, la capacità e la fantasia necessarie per attuare soluzioni corrispondenti al nuovo spirito pubblico, ispirato alle nuove concezioni illuministiche dello Stato. La sua fuga e la fine del suo viceregno furono, per così dire, fatali e necessarie per un improrogabile tentativo di svolta. La scelta per la nuova carica di Viceré in Sicilia cadde sul Marchese Domenico Caracciolo, ambasciatore napoletano a Parigi, uomo di carriera diplomatica di cui non si conoscevano, in quanto non sperimentate, le doti di amministratore, governante e politico.


Il Regno di Sicilia nel periodo napoleonico

Nel 1806 le truppe di Napoleone Bonaparte invasero il regno di Napoli e Ferdinando IV di Borbone fu costretto a lasciare la città per fuggire a Palermo, sotto la protezione delle armate inglesi che occuparono il regno di Sicilia. Su pressione politica dell'Inghilterra il re concesse la Costituzione siciliana del 1812 istituendo un parlamento bicamerale ispirato al sistema poltico britannico.


Il regno di Sicilia nel periodo borbonico

Dopo il Congresso di Vienna Ferdinando IV di Borbone riottenne il controllo del Regno di Sicilia citeriore e lo unì al Regno di Sicilia ulteriore portando la capitale a Napoli in un nuovo stato chiamato Regno delle Due Sicilie. Contemporaneamente soppresse il parlamento siciliano e Palermo perse definitivamente le sedi centrali del governo.


 
 
 
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